Proteste in Italia e immigrati: perché alcuni accusano gli stranieri
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Quando alcuni immigrati arrivano prima di Salvini e Sardone… accusando i propri simili prima ancora che emerga la verità!

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Quando alcuni immigrati arrivano prima di Salvini e Sardone… accusando i propri simili prima ancora che emerga la verità!

Di Mohamed Soliman – Milano

Diverse città italiane, tra cui Milano, Torino e Bologna, hanno assistito sabato 17 ottobre a manifestazioni e proteste di ampia portata,

caratterizzate da mobilitazioni giovanili e studentesche per esprimere il malcontento nei confronti del costo della vita,

dei prezzi dei carburanti, delle tasse e delle condizioni dell’istruzione, oltre che delle politiche del governo.

Tuttavia, le proteste, nate per esprimere rivendicazioni sociali e politiche, si sono trasformate in alcuni luoghi in scontri e atti di vandalismo,

riaprendo il dibattito sulle ragioni della rabbia sociale, sulle responsabilità dei disordini e sui soggetti che cercano di sfruttare politicamente quanto accaduto.

In questo scenario, mi ha colpito un altro aspetto, non meno sorprendente delle scene di violenza:

la comparsa, sui social network, di alcuni membri delle comunità di immigrati pronti ad accusare gli stranieri di essere responsabili dei danneggiamenti,

quasi volessero scagionare se stessi prima ancora che i fatti fossero chiariti!

E allora sorge una domanda:

perché alcuni immigrati si affrettano ad adottare un linguaggio che potrebbe essere utilizzato dalla destra radicale contro di loro,

arrivando addirittura a precedere di un passo alcuni politici noti per le loro posizioni restrittive sull’immigrazione?

Primo: chi è responsabile dei vandalismi e degli atti di violenza?

È fondamentale distinguere tra il diritto di manifestare pacificamente, che rappresenta una forma legittima di espressione del dissenso,

e gli atti di violenza contro le persone, le forze dell’ordine o i beni pubblici e privati.

Le cronache italiane relative agli eventi di sabato hanno riferito di lanci di pietre e petardi contro la polizia,

danneggiamenti alle vetrine dei negozi e altri episodi di vandalismo, oltre al fermo di decine di persone, tra cui numerosi minorenni.

A Milano si sono verificati scontri nella zona di piazza del Duomo e nelle aree circostanti, mentre disordini sono stati segnalati anche a Torino, Bologna e in altre città.

Tra i partecipanti sono stati descritti gruppi di giovani, alcuni dei quali con il volto coperto o vestiti di nero.

Ma la presenza di questi episodi non giustifica l’attribuzione della responsabilità a tutti i manifestanti, né consente di accusare una determinata nazionalità o categoria di persone senza prove concrete.

Le responsabilità individuali devono essere accertate dalle indagini, non dedotte dal colore della pelle, dall’origine o dall’appartenenza etnica.

Soprattutto, gli atti di vandalismo, qualunque sia la motivazione di chi li commette,

non devono diventare un pretesto per criminalizzare un’intera comunità o mettere in discussione i suoi diritti.

 

Secondo: quali sono le vere ragioni delle proteste? E gli stranieri ne sono responsabili?

Le cronache italiane indicano che le proteste sono state legate soprattutto all’aumento del costo della vita,

ai prezzi dei carburanti e alle difficoltà economiche, oltre che alle rivendicazioni riguardanti l’istruzione, la sanità, la spesa pubblica e le politiche del governo.

Siamo quindi di fronte a una crisi con dimensioni economiche, sociali e politiche,

che ha coinvolto giovani, studenti e cittadini insoddisfatti della situazione attuale.

Ma che cosa c’entrano gli stranieri con queste cause?

Non esiste alcuna giustificazione per accusare gli immigrati, in quanto tali,

di aver provocato le proteste o di essere responsabili di tutti gli episodi di violenza che le hanno accompagnate.

Persone di origini diverse possono prendere parte a qualsiasi manifestazione, pacificamente oppure commettendo atti contrari alla legge.

Tuttavia, ogni responsabilità deve essere dimostrata attraverso prove riferite a persone e fatti specifici.

Il problema nasce quando un episodio commesso da alcuni individui diventa un’accusa collettiva,

e quando una crisi economica e politica complessa viene ridotta a un unico capro espiatorio: gli stranieri.

Terzo: perché alcuni immigrati adottano un linguaggio accusatorio contro gli stranieri?

Questa è la domanda su cui vale la pena soffermarsi.

Perché alcuni membri delle comunità immigrate si affrettano a condannare gli stranieri in generale,

ancora prima che le indagini siano concluse? E perché qualcuno cerca di dimostrare di essere diverso dagli altri,

come se dovesse presentare in anticipo un certificato di buona condotta per essere accettato?

Dietro questo comportamento possono esserci motivazioni psicologiche e sociali: la paura di essere stigmatizzati,

il desiderio di dimostrare la propria integrazione o la convinzione che attaccare gli altri possa offrire una maggiore protezione dal clima ostile nei confronti degli immigrati.

Alcuni sembrano voler trasmettere un messaggio del tipo:

«Io non sono come loro, sono un cittadino perbene e non ho nulla a che fare con quello che è successo».

Il problema, però, è che condannare un reato non significa condannare un’intera comunità.

E integrarsi nella società non richiede di prendere le distanze da altre persone soltanto per la loro origine o nazionalità.

Chiunque ha il diritto di condannare il vandalismo e la violenza e di chiedere che i responsabili siano perseguiti.

Ma nessuno ha il diritto di trasformare questa posizione in un giudizio preventivo su milioni di persone.

Il rispetto della legge è una responsabilità individuale. La responsabilità penale è personale.

Nessuna nazionalità garantisce automaticamente l’innocenza, così come nessuna origine rende qualcuno automaticamente colpevole.

Quarto: uno studente di origine straniera è destinato a essere considerato straniero per sempre?

C’è un altro punto che merita attenzione: la confusione tra origine familiare, cittadinanza e status giuridico.

Se uno studente è nato in Italia, ha studiato nel Paese, è cresciuto insieme ai suoi coetanei italiani e ha ottenuto la cittadinanza italiana secondo la legge,

è un cittadino italiano e gode dei diritti riconosciuti dalla legge ai cittadini. Non è corretto considerarlo straniero soltanto perché la sua famiglia proviene da un altro Paese.

Questo non significa che chiunque nasca in Italia acquisisca automaticamente la cittadinanza italiana:

l’acquisizione della cittadinanza è disciplinata da specifiche norme giuridiche. Ma una volta ottenuta,

la cittadinanza non può essere ridotta alla sola origine familiare.

È quindi importante distinguere tra un immigrato che non possiede la cittadinanza italiana e un cittadino italiano di origine straniera:

si tratta di condizioni giuridiche differenti.

Allo stesso modo, la partecipazione alle proteste di cittadini italiani con origini migratorie non li rende automaticamente rappresentanti di tutti gli immigrati,

così come un manifestante italiano non rappresenta necessariamente tutti gli italiani.

In questo contesto, è necessario verificare con attenzione i dettagli relativi a eventuali decisioni governative riguardanti gli studenti stranieri o la loro distribuzione nelle classi,

prima di collegarle direttamente alle proteste o di considerarle una causa certa degli eventi.

Quinto: Salvini e Sardone… alcuni immigrati arrivano prima della destra radicale?

I politici che adottano posizioni restrittive sull’immigrazione possono sfruttare episodi di violenza per rilanciare richieste di maggiori controlli,

di politiche migratorie più rigide o per presentare gli stranieri come una delle principali fonti dei problemi sociali.

Il paradosso è che alcuni immigrati stessi si affrettano ad adottare un linguaggio di accusa collettiva,

finendo per rafforzare questa narrazione, senza rendersi conto che lo stesso pregiudizio potrebbe essere utilizzato anche contro di loro.

Questo non significa, però, che ogni immigrato che condanna la violenza o critica i responsabili stia facendo il gioco della destra radicale.

Rifiutare la criminalità è legittimo, così come chiedere il rispetto della legge è perfettamente compatibile con la difesa dei diritti degli immigrati.

La vera differenza sta nel modo in cui si esprime il proprio giudizio:

chiediamo che chi ha commesso un reato venga perseguito sulla base delle prove,

oppure utilizziamo quel reato per accusare indiscriminatamente un’intera categoria di persone?

La prima posizione difende la legalità; la seconda apre la strada alla discriminazione e all’incitamento all’odio.

Sesto: chi trae vantaggio dalla trasformazione della crisi in uno scontro tra cittadini e immigrati?

Quando i prezzi aumentano, il potere d’acquisto diminuisce e i giovani percepiscono di avere poche opportunità,

è necessario discutere delle politiche economiche e sociali e chiedere conto delle decisioni che incidono sulla vita quotidiana delle persone.

Trasformare il dibattito in uno scontro tra italiani e immigrati, invece,

rischia di distogliere l’attenzione dalle questioni fondamentali:

perché aumenta il costo della vita? Come si possono migliorare l’istruzione e la sanità?

Quali misure sono necessarie per proteggere le fasce più vulnerabili?

Questo non significa che il tema dell’immigrazione sia privo di sfide reali o che discutere della sua regolamentazione sia illegittimo.

Significa, piuttosto, che le politiche pubbliche devono essere valutate sulla base di dati,

risultati e fatti verificabili, non attribuendo a un’intera comunità la responsabilità di crisi che hanno molteplici cause.

Inoltre, lo sfruttamento politico delle crisi non è una prerogativa esclusiva di un singolo partito o schieramento:

attori diversi possono utilizzare gli eventi per rafforzare le proprie posizioni o attaccare gli avversari.

Per questo il criterio fondamentale deve rimanere il rispetto dei fatti,

l’accertamento delle responsabilità e il rifiuto di sostituire le indagini con la propaganda politica.

In conclusione: non anticipiamo le indagini con giudizi affrettati!

Le proteste che hanno interessato diverse città italiane riflettono un malcontento sociale, economico e politico.

In alcuni luoghi, tuttavia, le manifestazioni sono degenerate in episodi di violenza e vandalismo che devono essere indagati e perseguiti.

Tra i responsabili di eventuali reati potrebbero esserci persone di origini e nazionalità diverse.

Questo, però, non giustifica l’accusa rivolta a tutti gli stranieri,

così come non giustifica l’assoluzione preventiva di qualcuno soltanto perché appartiene al gruppo che intendiamo difendere.

Il mio messaggio ad alcuni membri delle comunità immigrate è chiaro:

avete tutto il diritto di condannare la violenza, difendere il Paese in cui vivete e chiedere che la legge venga applicata a tutti.

Ma non siete tenuti ad accusare gli altri per dimostrare di essere persone perbene, né ad adottare un linguaggio discriminatorio per ottenere l’accettazione sociale.

Non arrivate prima di Salvini e Sardone nell’accusare gli stranieri.

E non lasciate che la paura del razzismo vi spinga a ripeterne il linguaggio.

La cittadinanza si fonda su diritti e doveri. La giustizia si basa sulle prove.

Una società non diventa più sicura quando cerca un capro espiatorio, ma quando punisce chi sbaglia e protegge chi è innocente, indipendentemente dall’origine, dalla religione o dalla nazionalità.

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